ASIA. PARTE MONOGRAFICA: INDONESIA
Si parla dell’Indonesia, un paese raramente citato dai nostri mezzi di informazione ma i cui numeri sono assolutamente notevoli. 240 milioni di abitanti, 170 milioni di elettori (la seconda democrazia più grande dopo l’India, in quell’area) ed una storia dominata dal regime dittatoriale di Suharto che ha portato povertà e corruzione. Fino a pochi anni fa, era assolutamente incombente la minaccia che del paese potessero impossessarsi movimenti islamici radicali vicini ad al Qaeda.
Come ha fatto dunque questo Paese a vincere la propria sfida?
Una classe politica che ha azzeccato due mosse giuste. La prima stringere un accordo con le Forze Armate in grado di garantire loro i privilegi acquisiti, il salvacondotto per gli uomini più compromessi tanto col regime di Suharto quanto per azioni criminali in Timor Est, ottenendo in cambio di non immischiarsi nella lotta politica. La seconda, una riforma federale che ha sottoposto al diretto controllo degli elettori l’operato dei rappresentanti cosicché se i partiti, ovvero una loro coalizione, non sia in grado di raggiungere, su scala nazionale, il 25% dei consensi, non potrà presentare un proprio candidato alla Presidenza del Paese.
In questo momento l’attuale Presidente Yudhono è accreditato come successore di sé stesso.
Il problema potrà essere rappresentato dall’astensionismo previsto in ascesa dal 4%, delle ultime elezioni, al 25%: ciò nonostante sembra buono il giudizio espresso dagli elettori sulla compagine governativa chiamata a gestire un difficile rallentamento dell’economia basata sull’export di materie prime il cui prezzo è crollato, dopo la crisi globale, fino al 35% dell’originario valore.
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MEDIO ORIENTE
Sembra che le prospettive di una pace fra Israeliani e palestinesi si siano allontanate pericolosamente, con l’insediamento del governo israeliano di Netanyahu che ha ripreso vecchi temi cari ad integralisti ed ortodossi quali la difesa dei territori conquistati da Israele, la politica degli insediamenti ecc. Solo l’intervento esterno di USA può raddrizzare la situazione: Obama può giocare la carta della riduzione degli aiuti ad Israele se si rifiuta di accettare il principio dei due territori/due stati: non esiste altra strada se non quella del dialogo e del reciproco riconoscimento.
Non c’è da aspettarsi molto invece dalla Lega Araba, il cui ultimo summit a Doha è stato qualcosa a metà fra spreco di tempo e farsa tragica, specie quella di difendere a spada tratta il Presidente del Sudan, Omar al Bashir, ritenuto colpevole di genocidio dalla Corte Internazionale: per il resto, le solite rivalità, le solite divisioni ed i soliti sospetti reciproci.
V’è da registrare inoltre il dibattito interno ad Israele sulla necessità di procedere ad una riforma del sistema elettorale: si fronteggiano due proposte, l’una di introdurre uno sbarramento per contenere l’eccessiva dispersione; l’altra di rafforzare i poteri del premier introducendo un premio di maggioranza.
Sul Pakistan Obama gioca parecchie carte. Innanzitutto ha deciso di inviare più fondi, più esperti civili per addestrare e formare la polizia all’interno. Il dilemma si presenterebbe nel momento in cui, fallendo questa impostazione, ci si dovesse domandare se abbandonare anche questo fronte o continuare. E, in quest’ultimo caso, come, riprendendo la stessa strategia dell’ultimo Bush in Iraq?
Vediamo allora più da vicino questo Paese.
Chi detiene il potere in Pakistan? qual è la relazione fra Governo esercito e servizi segreti?
Sulla prima domanda, non sembra esservi dubbio, sicuramente l’esercito. L’esercito di fatto ha il controllo dell’ordine pubblico interno, fa la politica estera e ha la chiavi del nucleare. A detta degli esperti, il servizio segreto – ISI – non ha la forza per essere del tutto autonomo dall’esercito.
L’esercito e la dottrina strategica pakistana sono da sempre orientate verso un conflitto con l’India. Per fronteggiare il vero nemico, quello indiano, occorre che il Paese più potente fino ad oggi, gli USA, mantengano la convenienza di intrattenere relazioni solide col Pakistan, in modo, se non proprio sbilanciato, quanto meno equo rispetto all’India. In questo senso, la minaccia di al Qaeda serve a tenere lo stesso Pakistan alla ribalta internazionale, tuttavia con equilibrismi e tatticismi sempre più difficili da conciliare.
Da qui sorge l’ulteriore interrogativo: quali sono i reali interessi americani nel Pakistan? Nel Pakistan, l’Amministrazione americana sa di essere coinvolta contro gli elementi di punta del terrorismo. La prospettiva pakistana, influenzata dalla dottrina strategica anti indiana, rende le cose estremamente difficili e tali da generare più di un contrasto con gli occidentali per i quali la lotta al terrorismo ha una vera valenza di guerra di civiltà.
L’unica strada percorribile per il Pakistan rimane quella di strutturarsi secondo un modello costituzionale, in grado di piena e libera espressione alle idee interne, riconoscendo al contempo come gli interessi degli altri non sempre si traducono in mortalmente contrapposti ai propri.
ECONOMIA
Obama e Brown stanno pompando miliardi di dollari nel sistema, sorreggendo il sistema bancario e quello industriale. Ma sono in grado di gestire una simile complessità? La risposta è sì, ma il problema più grave è all’orizzonte: molti paesi sono tentati dalla via di fuga dell’inflazione, per alleggerire la consistenza dei loro debiti.
Il Premio Nobel Stiglitz, dalle colonne del NYT, esprime critiche al Piano di Obama. In questa crisi – egli sostiene – ci hanno portato le banche che hanno prestato denaro a persone non in grado di restituirlo, e che hanno trasferito questo rischio di insolvenza sull’intero sistema attraverso sofisticati titoli quali i derivati. I manager di queste banche hanno tradito il loro compito, abbagliati dalle prospettive di altissime remunerazioni a breve termine quanti più titoli ad alto rischio avessero collocato sul mercato. Ora, il punto debole del piano del Tesoro è che su un titolo, dal valore, fra 0 e 200 dollari pari a 100, il Governo finanzia al 50% l’asset (nella fattispecie, per 50 dollari); qualora vi sia un incremento di valore fino a 150 dollari, per es. il Tesoro, dopo averne finanziato l’acquisto a fondo perduto per 50 dollari, si riserva di trattenere solo il 50% del guadagno (25 dollari). Al contrario, se il titolo precipita a 0, il Tesoro assorbe le perdite. Giustamente, a mio avviso, Stiglitz sostiene che a quel punto per l’interesse dei contribuenti davvero sarebbe preferibile la nazionalizzazione.
Ricapitalizzare le banche, rimettere in moto il credito ma in che misura? Secondo USA e GB con stimoli fino al 2% del PIL, per Francia e Germania nemmeno a parlarne: per Sarkozy, senza una regolazione più seria in grado di dare fiducia ai cittadini, il G20 sarebbe sprecato.
Ebbene, con queste premesse cosa è emerso da questo G20? Tutto sommato è già stato positivo il fatto che il summit si sia tenuto. Quanto agli esiti, al primo posto il rifinanziamento del FMI per mille miliardi di dollari da destinarsi sia verso i Paesi dell’Est Europa sia verso Paesi in via di sviluppo.
Le nuove regole sono ancora all’orizzonte da definire, peraltro in un contesto che sarà caratterizzato da disoccupazione e tensioni sociali crescente. Secondo il FT, la strada per una ripresa sostenibile è ancora molto lunga.
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EUROPA OCCIDENTALE/USA
Gordon Brown guida la Gran Bretagna o il Paese è soggetto ormai a dinamiche indipendenti da chi sia l’inquilino di Downing Street? Questa seconda risposta sembra quella prevalente. Al di là della ribalta mediatica acquisita per avere ospitato il summit del G20, oltre al riconoscimento ed agli encomi elargitigli pubblicamente da Obama ; resta il fatto che
a) la gestione dei problemi, da parte di Brown, è stata ancor più personalistica di quanto già non avesse fatto Blair
b) molti suoi ministri cercano già di smarcarsi da lui, lasciandolo solo di fronte ad un probabile turn around elettorale a favore dei Tories
c) la Bank of England per chiunque entri a Downing Street diventa un interlocutore imprescindibile
d) le correlazioni ed il coordinamento a livello internazionale diventano inconciliabili con qualsiasi velleità di splendido isolamento o di ritenersi ancora traino e guida di una nazione
[Fonte: 01]
VARIE
Su Newsweek si prende a riferimento l’analisi sull’evoluzione della società americana da cristiana a post – cristiana. Cosa significa? Non necessariamente sinonimo di atea e indifferente. Oggi l’America, dopo l’estremismo di Bush e dei reborns, sta comprendendo che una società matura deve tenere distinte e separate le sfere, politica e religiosa. Ciò sta a significare che una “nuova” dimensione religiosa dovrà formarsi coerentemente a quello spirito dei Padri Fondatori per i quali la minore invasione possibile del Governo nel privato era fondamentale per difendere la propria libertà di fede: compresa, diremmo oggi, anche quella agnostica, atea e secolare.
[Fonte: 01]
ASIA / ESTREMO ORIENTE
Il Ministro delle Finanze Giapponesi Kaoru Josanu sostiene che il Paese è in grado di approntare un piano di stimolo all’economia, pari al 2% del PIL: senza tale intervento, il PIL si contrarrebbe del 5.8% peggio degli USA (-2,6%) e dell’UE (-3,2%). I pilastri sono facilitazioni al credito e sostegno alla domanda. I problemi dell’economia sono legati al crollo dell’export.
[Fonte: 01]
CINA
Negli ultimi mesi si sono intensificati i cyber-attacks alle reti informatiche su scala globale.
Molti ricercatori accusano apertamente di tali intrusioni la Cina, nella sua spietata guerra contro il Governo Tibetano in esilio ed i suoi sostenitori. Tutto sarebbe partito da innocue e-mail, i cui allegati, aperti dall’ignaro destinatario, avrebbero installato programmi spia che permettono di decrittare tutti i suoi messaggi e le sue conversazioni, tenendolo, a sua insaputa, sotto controllo. Tale pratica sarebbe iniziata in Cina nei confronti di alcuni monaci Tibetani. Il problema è però capire se tali mezzi (Trojans) siano poi stati adattati e da chi anche nei confronti di banche dati ed istituzioni: si consideri ad esempio il clamoroso caso dell’Estonia, letteralmente bloccata da attacchi informatici.
Si parla del cyberwarfare come una delle più stratosferiche fonti di guadagno prossime venture.
[Fonte: 01]
INDIA
L ‘ultimo erede della dinastia Gandhi, Rahul, inizia la sua scalata ai vertici del Partito del Congresso dichiarando di combattere la povertà e a difesa dell’unità nazionale.
Il Partito, nelle cui fila milita il Premier Manmoar Singh, ha saputo garantire una buona economia ed è molto probabile, sia pure in coalizione, che possa guidare ancora il Paese. Il compito peraltro è complicato poiché il partito deve guadagnare alleanze in stati fra loro diversi, con riferimenti sociali differenti.
Inoltre v’è da considerare che l’appeal dinastico dei Gandhi, dopo la morte di Rajiv, è andato diminuendo, complici anche le origini italiane della moglie Sonia che, posta a capo di un partito frammentato e diviso, non ha saputo contenere, di elezione in elezione, una costante perdita di seggi.
[Fonte: 01]
RUSSIA
La storia russa è scandita da processi famosi: il processo Shakty, nel 1928, spianò la strada del potere a Stalin che lo consolidò dopo il processo contro Kamenev e Zinovev nel 1938, divenendo l’ URSS uno stato fondato sul terrore della GPU prima e del KGB poi.
Il 31 marzo u.s. è proseguito il processo verso Khodorkovsky, ex capo della Yukos ed un tempo uno degli uomini più potenti di Russia. Il ruolo di questo personaggio è stato emblematico, nel 2003, per comprendere come definitivamente Putin avesse accantonato ogni proposito di svolta liberale in favore di un’autocrazia refrattaria ad ogni contestazione e/o opposizione. Il processo cade in un momento delicato di rallentamento economico, mentre prima, con la Presidenza Putin ed uno scenario economico migliore, era facile proporre alla gente meno libertà per più benessere materiale.
Oggi con una disoccupazione crescente ed un’economia stagnante, si spiega perché nei sondaggi Khodorkovsky sia invece ben accetto alla popolazione. Senza il traino dei prezzi petroliferi, la Russia deve sfruttare questa medianicità del caso Khodorkovsky per dimostrare all’estero che esista un contesto favorevole agli investimenti, cominciando proprio dal ripristino della legalità formale e sostanziale.
Gli avvocati dell’ex magnate russo sostengono che nel Paese viga una sorta di nichilismo legale, grazie al quale si può essere processati due volte per lo stesso motivo: ciò che ha spinto Khodorkovsky a rivolgersi alla Corte di Strasburgo per contestare la sua situazione. Una sua affermazione porrebbe seri problemi anche alla ricandidatura di Putin alla Presidenza della Russia, sotto il profilo della visibilità politico ed elettorale.
EUROPA BALCANICA
Il 24 marzo 1999 è ricorso il decennale dei bombardamenti della NATO sulla Serbia, per fermare la pulizia etnica decisa da Milosevic contro la popolazione kosovara albanese. Ancora oggi le stime dei morti, si parla di 250 mila morti fra 1996 e 1999. Ma cosa è davvero cambiato in questi dieci anni? Ci sono ancora ferite aperte.
Da parte dei serbi, ci si chiede perché gli occidentali non furono in grado di prevenire Milosevic; cosa ha guadagnato veramente l’Occidente: domande prive ancora di risposte. La guerra umanitaria ha permesso alla NATO di ritrovare una propria missione, ed una giustificazione della sua stessa esistenza, dopo la fine della Guerra Fredda. D’altro canto, i bombardamenti hanno finito col rafforzare ancor di più l’identità nazionale serba, ferita per il sentimento di iniquità nel trattamento ricevuto dalla Comunità Internazionale che, secondo Belgrado, nulla ha fatto per punire i criminali dell’UCK albanese per i crimini contro i cittadini serbi in Kosovo.
I piani NATO non prevedevano comunque una resistenza così feroce dai serbo montenegrini.
Il punto di vista albanese. L’intervento militare NATO è stato visto come protezione di una minoranza musulmana dalla maggioranza serba ortodossa. Gli albanesi, rientrati nella loro terra dietro le truppe NATO, si sono poi oggettivamente abbandonate ad atti di violenza verso i serbi.
Ma era legittimo l’intervento militare della NATO senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza?
Il fondamento fu l’ingerenza umanitaria per salvare la popolazione civile kosovara, e non fu mai contestato da alcun esperto di diritto internazionale.
Cosa succederà in Bosnia quando l’UE passerà le consegne dall’attuale Alto Rappresentante, ad un semplice delegato? Cosa accadrà quando la presenza militare europea si ridurrà ad un livello insignificante? Potrebbe riaprirsi un conflitto armato coi serbi presenti, gettando ancora il panico nella popolazione.
La vittoria probabile di Ivanov alle elezioni del 5 aprile in Macedonia, è condizionata dal voto dell’etnia albanese che conta per un 40% dell’elettorato, e che non gradisce il candidato. Si tratta di una situazione molto delicata, come già annotato nelle precedenti rassegne: alta disoccupazione, economia stagnante, dispute nominali con la Grecia, rendono la prospettiva di unione all’UE l’unica ancora di salvezza per questo Paese le cui difficoltà potrebbero contribuire ad alimentare una tensione già palpabile nell’intera area.
Infine, un ultimo cenno alla Turchia. L’AKP di Erdogan vince ma esce ridimensionato rispetto alla tornata precedente delle elezioni amministrative: dal 47% al 39%, perdendo diverse città.
Il messaggio che si ricava è che gli elettori vogliono sottoporre a verifica l’AKP senza dare a questo alcuna delega in bianco. Molti voti si sono dispersi, proprio perché da una parte si è smarrito lo zelo riformista iniziale apparendo la strada verso l’integrazione europea irta di difficoltà; dall’altra, le dichiarazioni rassicuranti di Erdogan contrastano con la disoccupazione crescente e la crisi economica. Il Primo Ministro ora è atteso alla rinegoziazione con il FMI di un prestito per le casse dello Stato, dovendo affrontare la questione greco -cipriota all’esterno e la ricerca di un diverso equilibrio politico interno, specie con le Forze Armate.
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