Attualmente fra le due superpotenze asiatiche, Cina e India, non corre buon sangue. La stampa cinese attacca frontalmente il vicino di ricercare un’egemonìa nell’intera area, di cercare interlocutori e “amici” (leggi USA) più lontano, ignorando chi invece è vicino: e ciò per via del passato coloniale dell’India che non riuscirebbe quindi, in quest’ottica, a liberarsi dalla contaminazione anglosassone.
Tutto è cominciato da quando le merci cinesi hanno iniziato ad affluire nel territorio indiano, l’India a propria volta ha alzato barriere più alte di ogni altro paese. Sicuramente – come avevamo anticipato in numeri precedenti – l’allargamento dell’influenza cinese nell’Oceano Indiano è vista con preoccupazione, così come la cooperazione nucleare con gli USA è vista molto male da Pechino. Esistono peraltro ancora dispute territoriali fra Cina e India che si trascinano da decenni: per la Cina, la zona dell’Arunachal Pradesh, per l’India una parte del Kashmir.
Al momento, le posizioni sembrano essere rientrate di fronte alle attuali problematiche ambientali, ma ben presto l’ascia di guerra potrebbe essere dissotterrata a proposito del Tibet, qualora la Cina interpretasse – il peraltro ambiguo – comportamento di Obama, che recentemente ha preferito disertare un incontro col Dalai Lama, quale “via libera” ad una politica di pesanti insediamenti nel Tibet: ciò che potrebbe inasprire le relazioni con l’India in modo imprevedibile.
[Fonte: 01]
USA
E’ largamente ricorrente nella stampa internazionale il tema della valutazione dell’operato di Obama, dopo un anno dall’insediamento. Aveva promesso la fine della guerra in Iraq, il ritiro dall’Afghanistan, la riforma sanitaria a favore di tutti i cittadini ed una riduzione consistente delle emissioni atmosferiche: nulla di tutto questo si è realizzato, ed ora i suoi supporters stanno divenendo impazienti. Obama si difende dicendo di non avere mai detto che una sola di quelle promesse fosse di immediata e facile realizzazione. Il popolo minuto non ha ancora gradito il salvataggio dei grandi banchieri a discapito di chi ha perso casa e lavoro. Così come è enorme la contraddizione, nella stessa persona, fra l’aver pronunciato “non bisogna scegliere fra la nostra sicurezza ed i nostri ideali” e l’avere autorizzato l’uccisione di un leader taliban, raggiunta dopo una quindicina di tentativi nei quali sono rimasti morti anche civili innocenti.
Se parametrato a quegli alti ideali a cui diceva di ispirarsi, allora il suo anno è stato fallimentare; se lo si analizza in base alle azioni concrete, molto meno. In primo luogo, l’immagine degli USA è nettamente migliorata in tutto il mondo e presso tutte le cancellerie è gradito l’approccio diplomatico rispetto all’unilateralismo aggressivo della precedente amministrazione. Secondo, l’economia è un test decisivo: è vero che il tasso di crescita del PIL ha ripreso a salire, ma in buona parte per gli incentivi all’acquisto di vetture fra luglio e agosto. Altri settori, come l’edilizia residenziale, sono ancora fermi. Sono allo studio nuovi sostegni, come garantire copertura sanitaria ed assicurativa a chi ha perso il lavoro fino a 24 settimane, ma altre misure di stimolo al momento non possono aumentare di molto il debito pubblico, poiché altrimenti la FED dovrebbe aumentare il costo del denaro in tempi più ravvicinati di quanto ipotizzato.
Rimane infine combattutissima la riforma sanitaria. Esclusa una copertura integrale di valenza federale, si sta tentando di vincolare ospedali e compagnie private al raggiungimento di obiettivi di efficienza ed efficacia in mancanza dei quali subentrerebbe un intervento pubblico, lasciato però, nella dimensione e nell’individuazione dei destinatari, alla scelta dei singoli stati. Non è escluso che Obama riassuma a sé l’intera materia, ma in un obiettivo è riuscito, a scatenare una resistenza bipartisan in entrambi gli schieramenti che si sono sentiti scavalcati da questa sortita presidenziale che ha smantellato i timidi tentativi di dialogo fra i moderati di entrambe le parti.
Saranno i prossimi mesi a confermare, come dicono gli analisti americani “whether he can or he can’t”.
AMERICA MERIDIONALE
La gestione del debito pubblico argentino dovrebbe rappresentare per l’Italia un monito. Al momento del default, nel 2001, si offriva il pagamento di 0,35 cent per ogni dollaro di debito entro il 2005. Molti investitori temendo di non ricevere più niente vendettero i loro titoli a 0,12 cent, altri invece non aderirono alla proposta aspettando il miglioramento della situazione economica ed una presidenza più accomodante. La prima condizione, fortunatamente, sembra essersi realizzata, non così la seconda. L’Argentina vuole estromettere dal pagamento proprio chi all’epoca non aderì alla proposta. E’ inutile dire il contenzioso legale che ne sta scaturendo, con richieste di pignoramenti e congelamenti di conti riferibili a compagnìe argentine: il paese necessita il 60% dei creditori in possesso di titoli per ulteriori 4,7 mld di dollari non pagati nel 2001.
[Fonte: 01]
EUROPA
L’Europa si sta dotando di mezzi migliori per gestire la politica estera, ma ne ha davvero la volontà? Anni fa ci si domandava come Javier Solana avrebbe sintetizzato le posizioni di un numero così ampio di paesi e la risposta si trovava nel fatto che molti paesi, specie di prima adesione, non avevano politica estera cosicché qualunque cosa Solana avesse fatto poteva costituire un validi riferimento. Oggi però i nodi stanno venendo al pettine, e con l’allargamento a 27 paesi non ci può più accontentare di missioni umanitarie, di comminare sanzioni a paesi remoti e lontani o ad altri espedienti tattici per eludere il problema di quale debba essere il peso politico e diplomatico, in un secolo altrimenti dominato dal G2 (Cina e Usa).
Questo problema sta scatenando non solo la ricerca di un candidato in grado di ricoprire il delicato ruolo di Ministro degli Esteri dell’UE ma anche, e soprattutto, di calibrare i rapporti fra Commissione, Europarlamento e singoli governi nazionali poco propensi a devolvere anche questa importante sfera di sovranità.
[Fonte: 01]
OSSERVATORIO INTERNAZIONALE
La fertilità sta scendendo inesorabilmente, fra il 2020 ed il 2050 il tasso scenderà sotto il 2,1 che costituisce il limite per un ricambio armonico fra mortalità e natalità. Anche nei paesi più poveri si sta assistendo alla stessa tendenza esistente in quelli ricchi: la media di figli oggi lì arriva a tre per famiglia quando qualche decennio fa era di almeno sei. Non stiamo dunque evolvendo verso quell’esplosione di sovrappopolazione tanto temuta, in grado di bruciare le risorse del pianeta.
Esiste comunque un’evidente correlazione fra aumento del reddito disponibile e del livello di educazione delle donne, con la diminuzione della natalità, specie nei paesi un tempo ritenuti più poveri. La diminuzione delle nascite da sola non potrà attutire le differenze fra Nord e Sud del mondo: ciò che gli inglesi chiamano governance sarà un elemento cruciale, poiché l’espulsione delle donne dal mondo del lavoro per riassumere compiti tradizionale sarebbe improponibile nell’Europa odierna. Da qui la necessità di adoperare in maniera armonica incentivi che consentano di conciliare disimpegno del ruolo parentale e lavoro, soprattutto rispetto a flussi migratori che tenderanno ad insediare nei nostri territori persone con culture e valori per i quali le famiglie numerose e prolifiche sono ancora un bene da proteggere e sviluppare, specie in contesti dove l’arretramento della popolazione locale in termini numerici possa spalancare nuove opportunità di lavoro e di radicamento.
ITALIA
Infine la nostra povera Italia. Oltre a dare un giudizio lusinghiero su Bersani, definito uomo difficile da inquadrare e comunque dimostratosi ministro impegnato per introdurre liberalizzazioni di cui il Paese ha ancora immenso bisogno; l’articolo compara la decisione di Marrazzo di rassegnare le dimissioni da Governatore, dopo lo scandalo sessuale che l’ha visto coinvolto, con la pervicace resistenza di Berlusconi a rimanere al suo posto; dall’altra, ed è un motivo di riflessione, dà per assolutamente irrilevante la fuoriuscita di Rutelli dal PD potendo, testualmente, il partito “shrug off” alzare le spalle letteralmente. Ognuno, come al solito, tragga le conclusioni che vuole.
[Fonte: 01]
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