La Conferenza sul clima a Copenhagen può diventare un ulteriore luogo carico di retorica, senza che nulla concretamente venga fatto per la soluzione dei problemi ambientali che affliggono il pianeta.
La discussione non verte su quali tecnologie possano sostituire il petrolio bensì su due argomenti precisi: il taglio delle emissioni ed il costo ad esso associato. Se si vuole entro il 2020 contenere l’aumento della temperatura sul pianeta entro i due gradi, i grandi paesi industrializzati devono ridurre le emissioni del 40% ed aiutare concretamente i paesi più poveri – colpiti maggiormente dall’inquinamento dei primi – ad investire in tecnologia pulita. Ovviamente questo trascina con sé una quantità enorme di problemi – dove reperire le risorse, quali ristrutturazioni intraprendere sul piano industriale, quali ricadute sul piano occupazionale, quali modifiche della fiscalità debbano attuarsi, se sia più conveniente sussidiare la ricerca e l’utilizzo delle fonti alternative tralasciando rincari fiscali sul carbone o no. Certo è che la soluzione ottimale sarebbe quella di uscire dal summit con un accordo in grado di tradursi a livello nazionale in politiche operative: non si pretenda subito l’impossibile, ma almeno un segnale di cambiamento.
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Come è possibile che in Cina i dati mostrino un incremento abnorme delle vendite di automobili, ed un consumo in calo del carburante? Secondo alcuni la contraddizione si spiega nel fatto che il governo cinese abbia ordinato alle industrie di stato di comprare veicoli indipendentemente da una necessità effettiva, mentre i dati relativi alle vendite dal dettagliante al consumatore finale rimangono un mistero assoluto. A parte questi escamotages, non si può però tacere del fatto che la mentalità dei cinesi è cambiata: è stato ridotto l’uso dell’automobile allo stretto necessario ed incrementato l’utilizzo di quelle a minor impatto ambientale.
[Fonte: 01]
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La riforma sanitaria è stata approvata dalla sola Camera dei Rappresentanti con 220 voti a favore e 215 contro. Ciò la dice lunga sulle profonde divisioni esistenti anche nello stesso schieramento democratico, nonostante l’ex presidente Clinton sia sceso in campo per sostenerla. In sé il provvedimento contiene molta equità, estendere una copertura sanitaria ad almeno 36 milioni di cittadini che ne sono totalmente privi ha ragioni da vendere. Politicamente diventa meno facilmente spendibile considerando che il debito pubblico nei prossimi dieci anni salirà a livelli stellari e, nel presente, il tasso di disoccupazione rimane stabilmente sopra il 10,2%.
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EUROPA – Un numero breve dedicato interamente all’Europa, per offrire spunti di riflessione ai lettori.
Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino. A distanza di vent’anni, oggi nei paesi dell’Est Europa si verifica, almeno in superficie, una certa omologazione all’Ovest: nessuno più è in coda dinnanzi a grandi magazzini per la spesa quotidiana, la polizia politica non è più onnipresente ed onnipervasiva come in passato. Eppure, i fantasmi del passato non sembrano dileguarsi definitivamente. In parte, ci sono anche aspetti positivi: riemergono tradizioni, canti, riti religiosi figure leggendarie che in ogni paese il comunismo aveva pesantemente conculcato; d’altro canto, la coesistenza fra etnie diverse, vecchie dispute di confine rimangono latenti con la loro carica potenzialmente dirompente. Inoltre, qual è il significato di continuità in quei paesi? Quale sarà lo scontro fra una generazione che, dal 1989, è cresciuta coi miti dell’Ovest ignara del passato; ed un’altra più anziana, proveniente dai vecchi apparati di partito che cerca di riciclarsi e tenta, col ricatto e coi dossier, di difendere le posizioni acquisite?
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Attualmente fra le due superpotenze asiatiche, Cina e India, non corre buon sangue. La stampa cinese attacca frontalmente il vicino di ricercare un’egemonìa nell’intera area, di cercare interlocutori e “amici” (leggi USA) più lontano, ignorando chi invece è vicino: e ciò per via del passato coloniale dell’India che non riuscirebbe quindi, in quest’ottica, a liberarsi dalla contaminazione anglosassone.
Tutto è cominciato da quando le merci cinesi hanno iniziato ad affluire nel territorio indiano, l’India a propria volta ha alzato barriere più alte di ogni altro paese. Sicuramente – come avevamo anticipato in numeri precedenti – l’allargamento dell’influenza cinese nell’Oceano Indiano è vista con preoccupazione, così come la cooperazione nucleare con gli USA è vista molto male da Pechino. Esistono peraltro ancora dispute territoriali fra Cina e India che si trascinano da decenni: per la Cina, la zona dell’Arunachal Pradesh, per l’India una parte del Kashmir.
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Cina e America rappresentano davvero una strana coppia. Ci sono voluti, dalla fine del secondo conflitto mondiale, più di trent’anni per riprendere normali relazioni diplomatiche; ora i due paesi sono, da dieci anni a questa parte, in una stretta interdipendenza economica. Si guardano con sospetto, ma non possono fare a meno l’uno dell’altro. Né il mondo può reggersi senza che le due potenze trovino un accordo.
La Cina vanta un credito di 800 miliardi di dollari verso gli USA, potendo quindi disporre di una potente arma di ricatto. Nel continente africano persegue una politica fortemente espansiva e, come abbiamo visto nei post precedenti, non si cura certo dei diritti umani per arrivare allo scopo. Molti al Dipartimento di Stato americano sono convinti che sia la Prussia del XXI secolo. Eppure gli USA vantano un PIL pro capite 14 volte superiore a quello cinese, le spese per armamenti sono sei volte quelle cinesi e il predominio americano sui mercati mondiali ancora difficilmente scalzabile.
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Dopo il referendum irlandese di approvazione del Trattato di Lisbona, sono in molti gli analisi a domandarsi cosa farà l’Europa da grande: un ruolo da comprimario fra USA e Cina, con Brasile e India pronte a superarla; o un protagonismo politico ed economico su scala globale?
Ci sono ostacoli ed opportunità. Fra i primi ci mettiamo sicuramente il Trattato stesso, oscuro nel linguaggio, complicato nelle procedure, e difficilmente oggetto di identificazione per gli oltre quattrocento milioni di persone abitanti nel continente. Aggiungiamo ancora l’euroscetticismo di marca britannica, che potrebbe, sotto un governo conservatore, portare i cittadini ad esprimersi sul Trattato di Lisbona creando sconquassi maggiori.
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Le previsioni economiche di breve termine indicano un rallentamento di quella spirale catastrofica in cui l’economia sembrava essersi avvitata irrimediabilmente. Siamo tornati alla normalità o è un’apparenza di essa? Più verosimile la seconda ipotesi, se osserviamo attentamente la forte ripresa della disoccupazione e il massiccio intervento statale nell’economia che ha evitato guai peggiori.
Tuttavia alcuni sostengono che una ripresa ci sarà, anche se non nell’entità tale da riportare l’economia ai livelli pre–crisi; altri, più pessimisti, sostengono che i tassi di investimento si manterranno molto contenuti, così come i consumi.
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Dopo due anni terribili, si sta forse raggiungendo, fra economisti ed addetti ai lavori, un consenso di massima sulla Grande Recessione che ci ha colpito a seguito del collasso del sistema bancario e finanziario internazionale. Innanzitutto sembra essere stato accettato il principio per il quale occorresse, ed occorra, una forte iniezione di capitali per fronteggiare la crisi; così pure, secondo questa nuova dogmatica emergente, che il nadir dei valori azionari sia stato raggiunto a marzo di quest’anno e che ora, molto lentamente avverrà la ripresa.
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Nell’Unione Europea il numero unico 112 dovrebbe garantire l’accesso a tutti i servizi di emergenza (polizia, carabinieri, ambulanze, pompieri etc).
Indovinate in quale paese esiste un numero per ogni servizio? E ora, al solito, arrivano le procedure d’infrazione…
L’Europa bacchetta l’Italia sul 112: “Non garantite i servizi d’emergenza” Repubblica.it, articolo di Andrea Bonanni



