La Conferenza sul clima a Copenhagen può diventare un ulteriore luogo carico di retorica, senza che nulla concretamente venga fatto per la soluzione dei problemi ambientali che affliggono il pianeta.
La discussione non verte su quali tecnologie possano sostituire il petrolio bensì su due argomenti precisi: il taglio delle emissioni ed il costo ad esso associato. Se si vuole entro il 2020 contenere l’aumento della temperatura sul pianeta entro i due gradi, i grandi paesi industrializzati devono ridurre le emissioni del 40% ed aiutare concretamente i paesi più poveri – colpiti maggiormente dall’inquinamento dei primi – ad investire in tecnologia pulita. Ovviamente questo trascina con sé una quantità enorme di problemi – dove reperire le risorse, quali ristrutturazioni intraprendere sul piano industriale, quali ricadute sul piano occupazionale, quali modifiche della fiscalità debbano attuarsi, se sia più conveniente sussidiare la ricerca e l’utilizzo delle fonti alternative tralasciando rincari fiscali sul carbone o no. Certo è che la soluzione ottimale sarebbe quella di uscire dal summit con un accordo in grado di tradursi a livello nazionale in politiche operative: non si pretenda subito l’impossibile, ma almeno un segnale di cambiamento.
[Fonte: 01]
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Attualmente fra le due superpotenze asiatiche, Cina e India, non corre buon sangue. La stampa cinese attacca frontalmente il vicino di ricercare un’egemonìa nell’intera area, di cercare interlocutori e “amici” (leggi USA) più lontano, ignorando chi invece è vicino: e ciò per via del passato coloniale dell’India che non riuscirebbe quindi, in quest’ottica, a liberarsi dalla contaminazione anglosassone.
Tutto è cominciato da quando le merci cinesi hanno iniziato ad affluire nel territorio indiano, l’India a propria volta ha alzato barriere più alte di ogni altro paese. Sicuramente – come avevamo anticipato in numeri precedenti – l’allargamento dell’influenza cinese nell’Oceano Indiano è vista con preoccupazione, così come la cooperazione nucleare con gli USA è vista molto male da Pechino. Esistono peraltro ancora dispute territoriali fra Cina e India che si trascinano da decenni: per la Cina, la zona dell’Arunachal Pradesh, per l’India una parte del Kashmir.
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Nell’ultima edizione avevamo esaminato da vicino quale fosse la situazione reale dei lavoratori americani, e quale prezzo stessero pagando per far riprendere l’economia americana. Questa volta diamo indicazione di tre argomenti che i lettori più pazienti potranno approfondire.
Il primo, a completamento del numero precedente, attiene alle conseguenze della prolungata occupazione di lavoratori con elevata anzianità lavorativa nelle aziende: queste, specie in questi momenti di crisi ed incertezza, non se ne vogliono privare considerata l’esperienza di costoro. Né gli stessi lavoratori vogliono ritirarsi dato che, in moltissimi casi, la bufera dei mutui li ha privati della casa o li ha oberati di debiti per mantenerla o li ha messi in condizione di cercarsene un’altra. Questa situazione contribuisce ad innalzare il tasso di disoccupazione, ai livelli più alti da venti anni a questa parte: ognuno può capire la difficoltà per i giovani di inserirsi nel mondo del lavoro e, unendo questa rappresentazione con quella fornita nel numero scorso, il quadro che ne esce è davvero desolante.
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Dopo due anni terribili, si sta forse raggiungendo, fra economisti ed addetti ai lavori, un consenso di massima sulla Grande Recessione che ci ha colpito a seguito del collasso del sistema bancario e finanziario internazionale. Innanzitutto sembra essere stato accettato il principio per il quale occorresse, ed occorra, una forte iniezione di capitali per fronteggiare la crisi; così pure, secondo questa nuova dogmatica emergente, che il nadir dei valori azionari sia stato raggiunto a marzo di quest’anno e che ora, molto lentamente avverrà la ripresa.
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SPECIALE ASIA (economist.com May 30th – June 5th 2009)
CINA – Alcune riflessioni sulla Cina questa settimana. Sono passati esattamente vent’anni dal massacro della Piazza Tien An Men. Subito dopo quei raccapriccianti avvenimenti in cui centinaia di giovani venivano falcidiati dai carri armati provenienti dal Nord del Paese, gli osservatori occidentali pronosticavano che anche lì il comunismo, e con esso il partito sarebbe rimasto travolto da quegli eventi. Dieci anni dopo Bill Clinton ancora rampognava la Cina sul fatto che reprimere il dissenso l’avrebbe portata sul lato sbagliato della Storia.
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Il FMI sostiene che l’UE dovrebbe introdurre degli stress test nei confronti delle proprie banche, seguendo il modello proattivo degli USA. Il problema è che nessuna banca intende pubblicare i risultati di una simile verifica, necessari per ripristinare la trasparenza e la fiducia dei risparmiatori verso il sistema: e questo, in un contesto in cui si prevede una ripresa solo a partire, se va bene, dalla seconda metà del 2010 non è propriamente il massimo.
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La Cina ha annunciato ufficialmente i suoi piani di espansione per la propria marina militare.
Già si era vista all’opera la Marina nelle operazioni contro i pirati nel Golfo di Aden, ma sicuramente nessuno si aspettava un’opposizione alla marina americana nel mar Cinese Meridionale. Formalmente il Governo Cinese giustifica questi investimenti in nuovi vascelli, portaereiC elicotteri e missili in lunga gittata per scopi sempre difensivi: a nessuno sfugge però la criticità dello scenario costituito dall’Oceano Indiano.
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ASIA. PARTE MONOGRAFICA: INDONESIA
Si parla dell’Indonesia, un paese raramente citato dai nostri mezzi di informazione ma i cui numeri sono assolutamente notevoli. 240 milioni di abitanti, 170 milioni di elettori (la seconda democrazia più grande dopo l’India, in quell’area) ed una storia dominata dal regime dittatoriale di Suharto che ha portato povertà e corruzione. Fino a pochi anni fa, era assolutamente incombente la minaccia che del paese potessero impossessarsi movimenti islamici radicali vicini ad al Qaeda.
Come ha fatto dunque questo Paese a vincere la propria sfida?
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Da quest’articolo di FA si ricava più un auspicio che un’analisi fondata su dati concreti.
Fino a che punto la crisi non finirà per erodere la legittimazione e l’autorevolezza del PCC che ha garantito crescita e sviluppo al Paese? La crisi ha determinato eventuali fratture nell’elite dominante e di quale entità? Sono domande a cui è difficile dare risposta, sia per lo spregiudicato pragmatismo da cui è caratterizzata la classe dirigente cinese; sia perché, all’interno, il controllo è assicurato da apparati di polizia che, in caso di disordini, mirano subito ai leaders lasciando tutti i componenti demoralizzati e isolati. Vasta è la rete di informatori su cui può poggiare la polizia politica.
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